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"Più fiducia nella scienza e nella democrazia per guardare con ottimismo al futuro" - Le conclusioni di Science for Peace 2017

06 dicembre 2017

Roberto Cortinovis

Il neologismo post-verità si riferisce in modo generico a quelle situazioni della vita pubblica in cui i fatti obiettivi e le evidenze scientifiche perdono la loro capacità di orientare e convincere l'opinione pubblica. Esploso negli ultimi anni con riferimento ad avvenimenti di grande rilevanza politica, come le elezioni americane e il Brexit, il termine è associato a un dibattito che si interroga sulle cause e sulle conseguenze della disinformazione nell'universo mediatico contemporaneo, sempre più dominato dalle tecnologie digitali. La buona notizia è che la bolla mediatica degli ultimi anni si sta progressivamente sgonfiando, consentendo di intravedere con più chiarezza le questioni di fondo poste dalle discussioni sulla post-verità e che riguardano, in ultima istanza, il funzionamento e la sostenibilità dei sistemi democratici così come siamo abituati a conoscerli.
 
La nona conferenza internazionale Science for Peace, organizzata dalla Fondazione Umberto Veronesi, ha messo in luce chiaramente questa crescente consapevolezza da parte della comunità scientifica e delle istituzioni circa la necessità di affrontare in modo sistematico le differenti dimensioni di questo problema. Una delle questioni che sono state più dibattute è quella riguardante l'impatto delle cosiddette fake news sulla democrazia. Trattasi di notizie false in grado di diffondersi spontaneamente sul web a seguito delle interazioni fra gli utenti ma che, come sembra emergere dalle indagini in corso sulle interferenze russe nelle elezioni statunitensi del 2016, possono anche essere create e diffuse intenzionalmente da attori politici per tentare di influenzare a loro vantaggio l'opinione pubblica. Ma anche in questo caso è necessario tenersi al riparo da semplificazioni.
 
Nel corso del suo intervento, l'esperto di new media Walter Quattrociocchi ha spiegato come il fenomeno della polarizzazione dei gruppi riscontrato sui social network affondi le radici in meccanismi psicologici connaturati agli esseri umani. Ciò rende vano il semplice ricorso a strategie di «debunking», che si prefiggono l'obiettivo di porre le «tribù» online di fronte ai fatti accertati dalla scienza o dalle fonti di informazione ufficiali. Le fake news, in altri termini, sono solo la punta di un iceberg di un fenomeno più complesso: vale a dire il rapporto degli individui con le narrazioni sempre più autoreferenziali che oggi si diffondono e consolidano sul web. In questo contesto aumenta il rischio che prevalga la tendenza ad isolarsi nella propria «camera d'eco» (echo chamber), senza che idee o opinioni divergenti siano in grado di superare i filtri che regolano la nostra esperienza online. Dalla presa d'atto di questa situazione all'interrogativo circa il futuro della democrazia il passo è breve.
 
Se infatti il principio fondamentale alla base di ogni democrazia, vale a dire la libertà di espressione, non è oggi in discussione almeno in Occidente, è altrettanto vero che la libertà delle democrazie richiede anche una forma attiva di partecipazione, la disponibilità cioè a prendere in considerazione e discutere opinioni divergenti dalle proprie. In un'epoca in cui il confine fra cittadino e consumatore diventa sempre più labile, il rischio che questa forma di partecipazione democratica venga «prosciugata» dai meccanismi che dominano l'interazione sul web è particolarmente forte. La priorità deve dunque essere quella di ricostruire un rapporto di fiducia fra gli esperti e il pubblico, che consenta al maggior numero di persone di deliberare sulle principali questioni all'ordine del giorno, in particolare in quegli ambiti, come la salute i cambiamenti climatici, dove le scelte individuali e collettive non possono in alcun modo prescindere da un contributo sostanziale del sapere scientifico.
 
Rispondere efficacemente ai pericoli della disinformazione - online, ma non solo - è una sfida di ampia portata che richiede una assunzione di responsabilità condivisa. L'appello finale diffuso al termine di Science for Peace include delle linee d'azione rivolte a tutti gli attori coinvolti: scuole, università, media e attori del web (motori di ricerca e social network). Sebbene non sia da escludere la possibilità di adottare interventi legislativi mirati per contrastare in modo incisivo le varie propaggini di questo problema, le proposte incluse nell'Appello sono ispirate al principio dell'autodisciplina: in altri termini, sulla convinzione che sia necessario innanzitutto promuovere l'adozione di buone pratiche e forme di collaborazione fra le istituzioni e gli altri soggetti coinvolti, con l'obiettivo di diffondere una "cultura" della verifica e un approccio scientifico ai problemi sociali.
 
Ma prima ancora di ogni iniziativa concreta, è indispensabile tornare a riflettere su ciò che ci unisce in quanto cittadini e individuare un terreno comune in grado di superare le divisioni e ristabilire i presupposti del dialogo. Viene in mente a questo riguardo quell'atteggiamento di ragionevolezza che, secondo il filosofo Karl Raimund Popper, rappresenta il fondamento comune alla scienza e alla democrazia: «Io posso avere torto e tu puoi avere ragione, ma per mezzo di uno sforzo comune possiamo avvicinarci alla verità».

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