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Populismo e immigrazione: alcune riflessioni sul caso Brexit

14 agosto 2017

di Ludovica Orlando & Roberto Cortinovis

  

Non passa giorno nel contesto politico odierno in cui non venga menzionata la parola “populismo”. In un clima saturo di visioni e interpretazioni contrastanti, ci si ritrova a usare questa parola per indicare pressoché qualsiasi fenomeno, una circostanza che fa del populismo una delle categorie politiche più opache e controverse del nostro tempo.
 
Secondo il politologo Cas Mudde, il populismo è un’ideologia che considera la società come divisa in due gruppi omogenei e antagonisti: “il popolo puro” e “l’élite corrotta”, e che afferma che la politica dovrebbe essere espressione della volontà del popolo, concepito come un tutto omogeno e non differenziato al suo interno.
 
Il populismo, continua Mudde, è un’ideologia dal “nucleo sottile”, che i diversi gruppi politici combinano con le loro specifiche ideologie “spesse”, solitamente una qualche forma di nazionalismo a destra, e una qualche forma di socialismo radicale a sinistra.  È proprio questa versatilità della retorica e del linguaggio populista che lo rendono così difficile da inquadrare.
 
Un aspetto particolarmente controverso del populismo è il suo legame con la democrazia. Le caratteristiche essenziali di ogni democrazia sono la sovranità popolare e il principio di maggioranza. Ma le democrazie occidentali non si limitano a questi due elementi. Innanzitutto, esse sono democrazie rappresentative, in cui delle élite politiche (espresse dai partiti) competono per ottenere il supporto della maggioranza della popolazione. In secondo luogo, il principio di maggioranza non è senza limiti: esso si colloca all'interno di un sistema di pesi e contrappesi e di garanzie costituzionali che hanno l’obiettivo di evitare che la maggioranza eserciti una “dittatura” sulle minoranze.  I populisti rivendicano di essere gli interpreti autentici della democrazia, in quanto vogliono che la politica sia espressione dei reali interessi del popolo e, tuttavia, in tal modo si pongono in una relazione conflittuale proprio con gli elementi rappresentativi e liberali dei nostri sistemi democratici, considerandoli più o meno apertamente ostacoli all'esercizio diretto e senza mediazioni del potere da parte del popolo.
 
Lo UKIP (United Kingdom Independence Party) incarna in modo plastico l’ideologia populista. Il partito a lungo guidato da Nigel Farage è stato uno dei principali artefici della vittoria del leave al referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea del 23 giugno 2016.
 
Lo UKIP è ascrivibile all’area della destra populista e i tratti che lo contraddistinguono come tale sono facilmente individuabili. Come si legge sul sito ufficiale, il partito si dichiara fortemente contrario all’Unione europea, in quanto espressione di una “[...] remota “élite” politica che si è dimenticata che esiste unicamente per servire il popolo”. Lo UKIP si dichiara inoltre favorevole a una maggiore democrazia diretta, che l’establishment nazionale e sovranazionale invece ostacolerebbe: “ Crediamo nel diritto del popolo britannico di autogovernarsi, invece che di essere governato da burocrati non eletti a Bruxelles (e, in misura crescente, a Londra e anche nelle vostre municipalità)”.
 
Nel corso della campagna elettorale del “Brexit”, lo UKIP ha potuto sfoderare i suoi due temi prediletti, euroscetticismo e immigrazione, mettendo in forte difficoltà il partito Conservatore guidato da David Cameron. L’immigrazione, in particolare, è emersa come una delle questioni più importanti della campagna referendaria, e lo UKIP è da subito apparso la forza politica in grado di monopolizzare questa tematica.
 
Il famigerato poster che ritrae una lunga coda di migranti in marcia verso l’Europa rappresenta il culmine della retorica anti-immigrazione dello UKIP. Il concetto di fondo che lo UKIP associa ai movimenti di migranti e rifugiati è chiaro: l’immigrazione ha raggiunto livelli tanto elevati che la situazione è diventata ingestibile e il principale colpevole di questa situazione è da ricercare nell’Unione europea, non in grado o non-disposta ad arginare questo "esodo di proporzioni bibliche”.
 
L’uso di un manifesto di questo tipo a fini elettorali è stato trasversalmente attaccato dalle altre forze politiche e da numerosi esponenti della società civile del Regno Unito. Molte voci critiche hanno denunciato il cinico sfruttamento di un’emergenza umanitaria, arrivando ad accusare Farage di incitare all’odio razziale.
 
La visione dell’immigrazione proposta dallo UKIP, tuttavia, è una diretta espressione degli atteggiamenti e degli umori di una fetta considerevole della società britannica che non possono essere accantonati frettolosamente. Tali atteggiamenti non sono solo e necessariamente di natura xenofoba o razzista ma sono spesso collegati a preoccupazioni di ordine materiale. In un contesto di incertezza economica e di crescente ansia per un processo di globalizzazione che determina “winners and losers” emerge lo smarrimento di alcuni settori della società, che si riversa inevitabilmente sui migranti, il non-popolo per eccellenza cui si contrappone il popolo idealizzato dai populisti, vittima innocente di una minaccia esterna al suo benessere e alla sua stabilità, aggravata dalla corruzione e dall’incapacità delle élite al potere.
 
Per quanto controversa possa essere, dunque, la lettura populista dell’immigrazione dello UKIP si fonda su paure fortemente radicate nella società. Per affrontare le derive illiberali del populismo è quindi indispensabile, oltre che contrastarne direttamente le semplificazioni e il linguaggio xenofobo, anche indagare e comprendere più in profondità il serbatoio di malessere, risentimento e paura da cui esso attinge.
 
*Gli autori di questo post sono

- Ludovica Orlando, laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e con un master in Storia Moderna conseguiti alla Queen Mary University of London, Ludovica si occupa di organizzazione di campagne Politiche presso 38 degrees. Ha lavorato in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove ha ricoperto il ruolo di "campaign organiser" per l'elezione di Sadiq Khan a sindaco di Londra. 

- Roberto Cortinovis, Coordinatore scientifico Science for Peace.

 
Per consultare il programma di Science for Peace 2017 clicca qui 

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