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La sfida delle migrazioni per l’Europa: un futuro ancora incerto

17 marzo 2017

di Roberto Cortinovis

Sebbene il 2016 abbia visto una significativa riduzione dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo rispetto ai numeri record del 2015 (360.000 nel 2016 contro oltre 1 milione di arrivi nel 2015), importanti fattori di instabilità esterna (dal conflitto siriano al caos libico) hanno continuato ad alimentare la pressione migratoria verso l’Europa, enfatizzando i limiti delle politiche europee in ambiti quali l’accoglienza e la gestione delle domande di asilo.

Si stima che oltre 5.000 persone abbiano perso la vita nel corso del 2016 nel tentativo di colmare il tratto di mare che separa la Libia dalle coste italiane: un numero addirittura superiore a quello fatto registrare nel corso dei due anni precedenti. La tragedia che si consuma nelle acque del Mediterraneo espone in modo plastico le contraddizioni e le ambiguità associate alla costruzione fisica e simbolica del “confine” europeo, in particolare la tensione che sussiste fra l’istanza umanitaria e quella associata alla sicurezza e al controllo dell’immigrazione. Il carattere “misto” dei flussi nel Mediterraneo pone inoltre alle autorità competenti il difficile compito di individuare e tutelare quei migranti che appartengono a “categorie protette”: richiedenti asilo, minori non accompagnati, vittime di tratta.

Numerosi contributi hanno fatto notare come la “crisi” migratoria che ha investito l’Europa debba intendersi innanzitutto nei termini di una crisi politica e istituzionale: l’incapacità, cioè, di far fronte in modo unitario e coerente ad uno shock esterno di proporzioni considerevoli, ma nel complesso gestibile per un blocco di paesi che conta 500 milioni di persone e un livello di sviluppo socio-economico ben superiore a quello dei paesi da cui la maggior parte dei migranti e dei rifugiati provengono. Basti ricordare come, secondo i dati dello UNHCR, l’86% dei rifugiati a livello globale risieda in paesi in via di sviluppo, situati principalmente in Africa e in Medio oriente.

La necessità di andare oltre la crisi, ossia di individuare soluzioni sostenibili per gestire le migrazioni che guardino al medio e lungo-periodo, è stata al centro dei lavori dell’ottava Conferenza Science for Peace “Migrazioni e futuro dell’Europa”, svoltasi lo scorso 18 novembre a Milano. Come ogni anno l’appuntamento organizzato dalla Fondazione Umberto Veronesi, in collaborazione con l’Università Bocconi, ha visto la partecipazione di rappresentanti del mondo accademico, delle istituzioni, delle organizzazioni internazionali e del terzo settore. E proprio da questo evento è possibile ricavare alcuni importanti spunti di riflessione sulle modalità con cui l’Europa potrebbe gestire in modo migliore i fenomeni migratori.


1. Migliorare la conoscenza dei fenomeni migratori

Numerosi relatori intervenuti alla Conferenza hanno sottolineato la necessità instaurare un dialogo costruttivo fra la comunità scientifica, i decisori politici e i media, per migliorare la qualità delle risposte politiche e sgombrare il campo da percezioni spesso distorte dei fenomeni migratori diffuse nell’opinione pubblica. Come sottolineato da Ferruccio Pastore, Direttore del Forum Internazionale ed europeo di ricerche sulle migrazioni (FIERI), il fallimento dell’Europa in questi anni non è infatti stato solo di natura politica ma anche di natura scientifica: legato cioè alla mancanza di una comprensione chiara e approfondita delle determinanti sociali, economiche, demografiche e culturali che stanno alla base dei movimenti migratori. Si impone di conseguenza un ampiamento dei programmi di ricerca e un perfezionamento degli strumenti conoscitivi dei fenomeni migratori, anche al fine di meglio indirizzare l’azione politica.


2. Supportare i paesi di primo asilo

Ad una comprensione dei contesti di origine, deve affiancarsi un’azione di supporto ai paesi più interessati dalle dinamiche migratorie. Molti rifugiati sono oggi di fatto costretti a lasciare il paese di primo asilo, che è spesso un paese limitrofo a quello di origine, a causa della mancanza di effettive prospettive di integrazione. Ecco, quindi, che l’adozione di strategie integrate che combinino assistenza umanitaria e aiuti allo sviluppo e che siano volte ad aumentare la cosiddetta “resilienza” dei rifugiati e delle comunità che li ospitano appare un obiettivo prioritario su cui non solo l’Europa ma la comunità internazionale nel suo complesso dovrebbe concentrarsi.


3. Aprire canali legali di accesso all’Europa

Il supporto ai paesi più interessati dalle dinamiche migratorie non deve però tramutarsi in un’istanza di burden shifting, ossia nel rifiuto da parte dell’Europa di assumere la propria parte di responsabilità per la gestione di questo problema. Nel corso del terzo panel della Conferenza, intitolato “Accoglienza: soluzioni di convivenza”, la portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Carlotta Sami, ha sostenuto con forza la necessità di aprire canali legali di accesso all’Europa per i rifugiati. Ad esempio attraverso il reinsediamento e l’erogazione di visti umanitari: questi strumenti consentirebbero a coloro che necessitano di protezione di accedere in sicurezza ai paesi europei e rappresenterebbero una concreta manifestazione di solidarietà nei confronti di quei paesi che oggi accolgono la grande maggioranza dei rifugiati a livello globale. Su questo aspetto, tuttavia, l’azione della UE è apparsa finora alquanto incerta e frammentata: alla buona volontà di alcuni stati si è affiancato il sostanziale immobilismo di molti altri, una circostanza che ha ancora una volta precluso la messa in atto di un’azione unitaria da parte dell’Europa.


4. Migliorare le politiche di integrazione

Un ultimo aspetto cruciale, emerso in particolare nel corso del panel “Scenario Europa”, riguarda le politiche di integrazione. Come sottolineato dai relatori che hanno preso parte al panel, la messa in atto di un insieme di interventi per assicurare l’inclusione, innanzitutto socio-economica, dei migranti e dei rifugiati appare essere la scelta più lungimirante al fine di massimizzare i vantaggi che l’immigrazione può offrire alle nostre società in decrescita demografica, riducendo al contempo potenziali tensioni fra la popolazione immigrata e le comunità locali.

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