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Leymah Gbowee: il mio impegno per la pace e per i diritti delle donne

22 novembre 2017

Leymah Gbowee - ospite d'onore alla Nona Conferenza Internazionale Science for Peace - è attivista per la pace liberiana, operatrice sociale, da sempre impegnata a favore dei diritti delle donne. Leymah è conosciuta in particolare per aver guidato il movimento non violento Women of Liberia Mass Action for Peace, che ha avuto un ruolo fondamentale nel mettere fine, nel 2003, alla devastante guerra civile che ha insanguinato la Liberia per quattordici anni. Nel 2011 le è stato conferito il Premio Nobel per la Pace “per la lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e della piena partecipazione di queste ultime ai processi di pace”.


Signora Gbowee, il suo nome è legato in primo luogo al movimento Women of Liberia Mass Action for Peace, che ha unito donne cristiane e musulmane in un movimento non violento con l'obiettivo di porre fine al conflitto civile in Liberia nel 2003. Quando ha deciso di impegnarsi attivamente a favore della pace?

La guerra in Liberia è iniziata quando avevo 17 anni. Per 12 anni della mia vita avevo assistito agli orrori della guerra e alla distruzione delle nostre comunità. Nel 1998 cominciai a lavorare con ex bambini soldato, uomini e donne giovani che si erano uniti alle diverse fazioni del conflitto fin da piccoli, a partire dagli 8 anni. Durante la guerra molti di questi giovani erano stati feriti e soffrivano di diverse forme di disabilità fisica. Lavorando accanto a loro, provavo rabbia nei confronti dei promotori della guerra civile e mi domandavo continuamente come avremmo potuto mettere fine a tale carneficina.

Nel 2000, la ripresa dei conflitti ha fatto precipitare nuovamente il paese in una situazione simile. Molti giovani sono stati rapiti per essere sfruttati come combattenti, altri sono stati uccisi, mentre molte donne di qualsiasi età hanno sofferto violenze sessuali e abusi. Mi resi conto che ci trovavamo all’interno di un ciclo di violenza che andava interrotto e che soltanto le donne, riunite in gruppi di protesta, avrebbero potuto cambiare le cose. Inoltre in quel periodo feci un sogno, in cui mi veviva chiesto di radunare le donne per pregare a favore della pace. Questo è stato l’inizio del mio coinvolgimento attivo per mettere fine alla guerra in Liberia.
 
Quale eredità ha lasciato questa esperienza?

Prima del nostro coinvolgimento a favore della pace, molte donne non erano mai uscite dal recinto delle loro comunità né tanto meno erano state coinvolte in politica. Il fatto stesso di riuscire in tale obiettivo ha infranto gli stereotipi sulla partecipazione femminile nei processi politici. Questa per me è la prima eredità lasciata dal nostro impegno. Il secondo contributo della nostra iniziativa è la collaborazione tra donne cristiane e musulmane a favore della pace. Viviamo in un’epoca in cui la religione viene sfruttata come strumento di divisione; noi abbiamo dato vita a un movimento femminile usando la religione come strumento per la pace. Il terzo contributo di questa esperienza è l’approccio basato sulle comunità locali. Non ci siamo avvalsi di consulenti esterni o subito condizionamenti. Il processo di pace è stato portato avanti da donne del posto, usando risorse e conoscenze locali. 
 
L’empowerment delle donne africane è al centro del suo impegno attuale. Rimangono tuttavia molte situazioni nel continente africano in cui le donne sono vittime di discriminazioni. Quali sono le priorità per  ottenere un miglioramento della condizione femminile in Africa? 

Me ne viene in mente più di una. A mio avviso, la priorità va data alla partecipazione equa e all'accesso paritario ai diritti. È fondamentale che le donne possano occupare ruoli di leadership a tutti i livelli. Questo farà sì che le problematiche femminili non vengano messe in secondo piano nei programmi di sviluppo globali, regionali, nazionali e locali. Un’altra priorità collegata alla precedente è l’inclusione delle donne nei processi di pace, nei luoghi in cui sono in corso conflitti. È inoltre essenziale dare la precedenza all’istruzione di qualità per le ragazze giovani e all’accesso alle risorse economiche per le donne.
 
In Europa esistono molte preoccupazioni riguardanti l’immigrazione proveniente dai paesi africani. Secondo lei, come possiamo affrontare questo fenomeno in modo efficace e umano? 

Innanzi tutto, la chiave per affrontare la crisi dei migranti è impegnarsi a mettere fine alle guerre che ancora sconvolgono il continente. Senza pace e senza sistemi democratici in Africa e altrove, le persone continueranno a emigrare per sfuggire all’insicurezza. In secondo luogo, dobbiamo creare dei corridoi affinché i rifugiati possano fuggire in modo sicuro. Molti rifugiati scelgono le soluzioni più pericolose perché non hanno altre opzioni. È necessario progettare programmi per i rifugiati che offrano alle persone la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro. Infine, quando un rifugiato arriva in un paese (indipendentemente da come sia arrivato e dal fatto che abbia o meno i documenti giusti), dobbiamo accoglierlo in modo dignitoso e umano. Ogni essere umano ha bisogno di un posto adeguato in cui dormire, di abiti caldi e di cibo.
 
La libertà di espressione è uno dei requisiti fondamentali di ogni democrazia. Oggi tuttavia c’è una preoccupazione crescente nei confronti delle “fake news” e della propaganda sulla qualità della democrazia stessa. Qual è il suo punto di vista in merito?

Sono fermamente convinta che se i governi e le democrazie continueranno a privilegiare un gruppo ristretto di individui, molte persone continueranno a usare mezzi disperati per alterare gli equilibri di potere. Finché la sicurezza umana (il diritto umano per eccellenza) non verrà posta al centro dei processi politici, la minaccia delle “fake news” sui sistemi democratici continuerà a esistere.

Oggi nel mondo vedo un gruppo di persone che cercano disperatamente un cambiamento, riguardante la loro situazione economica, il loro status sociale, il loro modo di vivere e mantenersi e un futuro migliore per le generazioni più giovani. Se riusciremo ad affrontare queste tematiche e garantire alle persone la possibilità di partecipare alla gestione delle loro comunità, forse la propaganda e le fake news perderanno la loro efficacia.

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