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Il futuro del lavoro: come affrontare la sfida dell’automazione

01 settembre 2017

di Lisa Di Giuseppe

"I can't help but think, however, that the advance of computerization and automation is going to wipe out the subwork of humanity—the dull pushing and shoving and punching and clicking and filing and all the other simple and repetitive motions, both physical and mental, that can be done perfectly easily—and better—by machines no more complicated than those we can already build.”

Whatever you want, I. Asimov, 1977


Il racconto di Asimov da cui è tratta questa citazione compie quarant’anni nel 2017, ma non potrebbe essere più attuale. L’automazione è il cambiamento più importante che ha investito il lavoro dal dopoguerra ad oggi. Nulla, nel panorama occupazionale, è come lo vivevano i nostri padri e nonni: abbiamo dovuto dire addio a una serie di mestieri e settori produttivi che avevano contribuito a rilanciare l’economia del nostro paese e a renderla competitiva a livello mondiale; si è diluita l’identità di classe che univa gli operai negli anni ’60. Tutto questo a causa di impetuosi cambiamenti sociali, politici ed economici, ma anche dei processi di computerizzazione e automatizzazione sempre più pervasivi di cui già parlava Asimov.
 
Una nuova realtà con cui dobbiamo imparare a confrontarci. «Il rapporto con l’innovazione è cambiato: una volta si diffondeva poco alla volta, a partire da un solo settore, poi pian piano negli altri. C’era spazio per ripararsi e tempo per adeguarsi lentamente. Oggi l’innovazione impatta ovunque con forza massima, lasciandoci spaesati», conferma Giuseppe Berta, storico e docente all’Università Bocconi. Qual è la conseguenza di un cambiamento così rapido e intenso? Non può che essere una nuova distribuzione delle competenze e una ricalibrazione del valore ad esse attribuito: assumono importanza quelle capacità che non possono essere sostituite dall’automazione. Le altre decadono, incapaci di competere con la precisione, l’instancabilità e la gratuità del lavoro della macchina.
 
Ma allora, se il lavoro del futuro pretende competenze di livello sempre più avanzato, considerato che le mansioni che le macchine sono in grado di svolgere continueranno ad aumentare, come affrontare il cambiamento? «Il problema occupazionale si può affrontare soltanto mostrandosi disponibili all’apprendimento, pronti ad imparare sempre qualcosa di nuovo. Saper apprendere continuamente non è una capacità scontata, l’innovazione premierà chi la possiede», risponde Berta. Quindi, un mondo in cui prevarrà chi compie mansioni creative e capace di adeguarsi di volta in volta a nuovi ambienti lavorativi. E, soprattutto, un mondo in cui le identità personali e collettive come le conosciamo oggi non esisteranno più. Chi ha le competenze necessarie al mercato sa badare a se stesso. Ma che ne sarà degli altri, di coloro che hanno finora svolto le mansioni che nel futuro saranno automatizzate?
 
Una risposta esaustiva a questo complesso interrogativo deve ancora essere trovata. «Dobbiamo ripensare il valore e l’organizzazione di lavoro e welfare nella nostra società – spiega Berta – bisognerà ricollocare molta gente, magari investendo sul lavoro socialmente utile, che ha necessità di essere rafforzato». Ampliare, insomma, la dimensione sociale del lavoro, in modo da non lasciare nessuno ai margini della società. E senza tuttavia spezzare il vincolo tra attività e retribuzione, tra lavoro e democrazia: «Il reddito di sussistenza slegato dal lavoro non è una soluzione, perché crea cittadini di serie B», conclude il professore. «Renderebbe chi lo percepisce dipendente da chi lo eroga, subalterno e senza possibilità di fornire un contributo adeguatamente valorizzato alla società».

Lisa Di Giuseppe è praticante giornalista al Master in giornalismo Giorgio Bocca. E' laureata in economia e scienze sociali all'Università Bocconi. Collabora e traduce per diverse testate

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