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La controversia su talento e genere: la lezione di Harvard

30 ottobre 2018

Luisa Rosti

Nel 2005 era Rettore ad Harvard l’economista Larry Summers. Durante un seminario gli fu chiesto perché fossero così poche le professoresse di matematica ad Harvard. Lo scienziato Larry Summers rispose banalmente, con uno stereotipo: “Le donne hanno poca attitudine per la matematica”. Le scienziate di Harvard non la presero bene. La loro reazione portò prima alle scuse e poi alle dimissioni del Rettore, e per la prima volta nella storia di Harvard una Rettrice prese il suo posto (Catherine Drew Gilpin Faust).
 
LA POSIZIONE DI SUMMERS
1) Capire la matematica è una dote particolare, un’abilità innata, un’attitudine specifica. Per quanto ci si impegni nello studio, chi non possiede questo talento naturale non può raggiungere livelli di eccellenza.
2) C’è una differenza biologica nel funzionamento dei cervelli di donne e uomini che si esprime in differenti risultati cognitivi.
3) Il genere è predittivo delle capacità innate. Più uomini che donne hanno risultati eccellenti nei test di matematica (o nei test di intelligenza come il QI) perché questi risultati rivelano il maggior talento naturale degli uomini per la matematica (o addirittura il loro maggiore QI).
4) Dal punto di vista meritocratico, è corretto che ci siano più matematici che matematiche nella prestigiosa Harvard, perché nell’estremo superiore della gaussiana che rappresenta i risultati dei test ci sono più uomini che donne.
 
LA POSIZIONE DELLE SCIENZIATE
1) Non c’è ragione di ritenere che il talento per la matematica sia differente tra i due sessi, e, in ogni caso, differenza non significa carenza. Nel libro Myths of gender (1992) la biologa Anne Fausto Sterling critica le spiegazioni di tipo biologico delle performance matematiche e rileva che, anche negli studi in cui emerge una differenza di genere, si tratta sempre di una differenza minima e spiegabile da punto di vista psicologico e socio-culturale.
2) Quello che invece la ricerca ha evidenziato senza alcun dubbio è che persone con la stessa abilità innata (cioè con lo stesso esito del test), ma di sesso diverso, hanno incentivi, riconoscimenti e percorsi di carriera molto diversi, specialmente in ambito scientifico.
3) I test non misurano l’input, ma l’output di una prestazione. Non misurano quindi le capacità cognitive innate ma il risultato di una prova d’esame, ed è dimostrato che le prove d’esame sono sensibili al condizionamento degli stereotipi. Quindi il genere non è predittivo delle capacità cognitive innate, lo sono invece le determinanti psicologiche, sociologiche e culturali (Gender similarity hypothesis, Hide 2005).
4) É vero che nell’estremo superiore della gaussiana che rappresenta i risultati dei test ci sono più uomini che donne, ma la causa della sottorappresentazione femminile non è biologica; deriva invece dal condizionamento degli stereotipi, ed è l’evidenza di una profezia che si auto-avvera.
 
L’ERRORE DI SUMMERS
Lo scienziato Larry Summers ha parlato per stereotipi, che sono l’esatto contrario del metodo scientifico, ed ha ignorato i risultati delle ricerche sperimentali che sono alla base del metodo scientifico. L’economista Larry Summers non poteva non sapere che il premio Nobel per l’Economia (2002) è stato attribuito allo psicologo Daniel Kanemann proprio per aver dimostrato il condizionamento degli stereotipi sulle scelte razionali (euristica della rappresentatività). Il Rettore Summers, con la sua improvvida risposta, ha consolidato la minaccia dello stereotipo (Steele e Aronson, 1995), rafforzando così cioè l’ostacolo contro cui le colleghe di Harvard lottavano da tempo, e con qualche successo.

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