#S4P2018

DISUGUAGLIANZE GLOBALI

15-16 NOVEMBRE 2018 UNIVERSITÀ BOCCONI

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Futuro del lavoro: per affrontare il cambiamento serve un nuovo paradigma. Intervista a Maurizio Ferrera

23 ottobre 2017

di Roberto Cortinovis

Professor Ferrera, il dibattito sul futuro del lavoro è spesso tratteggiato a tinte fosche. Alcuni osservatori ritengono che i processi di automazione che oggi interessano sempre più settori industriali causeranno inevitabilmente una sostituzione del lavoro umano con quello svolto dalle macchine. Altre analisi sostengono invece che questo pessimismo sia ingiustificato, in quanto le nuove tecnologie porteranno alla creazione di una molteplicità di nuove figure professionali e opportunità di lavoro, che compenseranno in larga parte quelle distrutte dell’automazione. Qual è  la sua opinione in merito?
 
Io sono sicuramente dalla parte di coloro che ritengono che una posizione eccessivamente pessimista sia ingiustificata. Se si osserva la storia si può constatare come il mondo del lavoro si sia sempre evoluto: ci sono state trasformazioni significative che hanno cambiato, a volte anche radicalmente, ciò che c’era ma che hanno anche progressivamente costruito le basi per un nuovo equilibrio. I cambiamenti in corso determinati dalla rivoluzione digitale, dalla robotica, dall’uso dei Big data possono quindi essere letti alla luce delle precedenti fasi storiche: essi potranno determinare conseguenze sia positive sia negative per la collettività e il bilancio finale dipenderà in larga parte dalle modalità con cui saranno gestite. Indubbiamente, una caratteristica nuova delle attuali innovazioni tecnologiche e industriali è la rapidità con cui il cambiamento avviene. Ciò pone delle sfide inedite per le politiche pubbliche, le quali devono mobilitarsi per gestire la transizione, preservando al contempo i principi del welfare state e del modello sociale europeo.
 
Un’ulteriore ragione che mi porta a rifiutare il pessimismo è la constatazione che l’automazione e le nuove tecnologie potranno sì sostituire gli umani nello svolgimento di alcune funzioni di routine, e forse anche di altre funzioni a più alto contenuto cognitivo, ma sempre per svolgere attività che saranno definite e gestite dagli umani. Ho qua davanti a me una lista di nuove competenze professionali che saranno richieste nel prossimo futuro per gestire questa sempre più vasta interfaccia fra l’umano e il mondo delle macchine e dei computer: cloud computing, storage systems and management, user interface design, e molte altre. Questo significa che saranno necessarie nuove skills per governare i processi di automazione, e non è detto che il numero di nuovi posti di lavoro creati a tal fine non possa essere in grado di compensare il numero di quelli persi a causa degli sviluppi tecnologici. Ovviamente, è possibile che la “ricomposizione del mercato del lavoro”, ossia la differenza fra posti guadagnati e persi, possa essere negativa in alcuni specifici settori e per un periodo di tempo più o meno lungo: ma l’importante e che tale differenza non sia negativa nel lungo periodo e che comunque resti stabile o positiva la somma complessiva.
 
 
La preoccupazione per la mancanza di lavoro e per la contrazione dei redditi, in particolare nei paesi del Sud Europa, è una delle principali cause che oggi alimentano un sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee. Come è possibile a suo avviso conciliare l’obiettivo delle riforme economiche e quello della salvaguardia del welfare state?
 
In tutti i paesi europei, seppur in misura differente, occorre attuare una rivoluzione culturale, vale a dire liberarsi dal paradigma ancora prevalente all’interno di numerose forze politiche, delle parti sociali e in una buona parte dell’opinione pubblica per cui la vita delle persone che lavorano è concepita come suddivisa in tre fasi ben definite: un periodo più o meno lungo di formazione, un posto di lavoro fisso che occupa gran parte della vita dell’individuo e poi, il più presto possibile, il ritiro dal lavoro per godere di una pensione sussidiata dallo stato. Questo paradigma è ancora dominante nel dibattito pubblico in Italia, si pensi alle ricorrenti discussioni in concomitanza con le leggi finanziarie, in gran parte incentrate sul sistema pensionistico e sull’età del pensionamento. Altro esempio: di cosa si discute principalmente riguardo ai giovani? Al fatto che non avranno una pensione, anziché di riforma della scuola e di come creare nuovi posti di lavoro. In questo modo ci si fascia la testa adesso per una cosa che avverrà fra 40 anni, senza riflettere sul fatto che la via maestra per garantire un futuro ai giovani è di attrezzarli nel miglior modo possibile per avere successo in un mercato del lavoro in rapida trasformazione.  
 
 
La 9a edizione della conferenza S4P si prefigge quale obiettivo quello di incoraggiare un dibattito pubblico su alcuni importanti temi, incluso il futuro del lavoro, che sia evidence-based, ossia fondato su evidenze empiriche e sui contributi delle discipline scientifiche. Spesso, tuttavia, sia gli esponenti politici sia gli operatori dei media sembrano abdicare al compito di informare in modo equilibrato l’opinione pubblica. Che cosa possono fare gli scienziati e le istituzioni scientifiche per migliorare questa situazione?
 
Sono convinto che si possa arrivare a sfidare e destrutturare i vecchi paradigmi del welfare e del lavoro e a sostituirli con paradigmi nuovi e, quindi, a mobilitare queste nuove idee per mettere in atto politiche pubbliche in grado di gestire le sfide di cui abbiamo parlato in precedenza. Tutto ciò è però possibile solo se si parte da una base di conoscenze fattuali. Sono ben consapevole che dal punto di vista filosofico non possiamo parlare di verità in senso assoluto. Credo però che quello di verità fattuale sia un concetto di cui non possiamo fare a meno nella sfera pubblica. È utile a questo riguardo riprendere il pensiero di Karl Popper riguardo all’evoluzione delle teorie scientifiche: secondo Popper, la scienza procede per congetture e confutazioni, attraverso un avvicinamento asintotico alla verità. Come nel paradosso di Achille e della tartaruga, noi non possiamo mai raggiungere la verità in quanto tale, ma ciò non toglie che possiamo avvicinarci sempre di più ad essa. Il concetto di verità deve essere messo al servizio della scepsi, ossia del dubbio scettico. Quando il nostro interlocutore fa un’affermazione noi dobbiamo poter chiedere a quella persona su quali argomenti o evidenze empiriche egli basa la sua affermazione. Solo in tal modo è possibile riflettere criticamente sulle nostre opinioni e sulle nostre idee.  Lo stesso vale per le politiche pubbliche:  occorre creare delle istituzioni aletiche che facciano cioè dell’espressione “è vero” la norma della propria indagine e forniscano una solida base empirica e buoni argomenti per risolvere i principali problemi collettivi. 

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