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DISUGUAGLIANZE GLOBALI

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Perché è necessario un dibattito serio sul futuro dell’Unione europea

26 maggio 2017

di Roberto Cortinovis

L’Unione europea e le sue istituzioni sono nell’occhio del ciclone in numerosi stati membri. Le crisi multiple che la UE si è trovata a fronteggiare negli ultimi anni, dall’euro alle migrazioni, hanno aumentato lo scetticismo del pubblico nei confronti delle risposte politiche elaborate in sede europea. Tali risposte sono spesso percepite come inadeguate o, nel peggiore dei casi, deliberatamente in contrasto con gli interessi degli stati membri, i quali sarebbero nondimeno costretti ad adeguarsi ai diktat provenienti da Bruxelles. Forze politiche euroscettiche hanno guadagnato consenso tra l'elettorato di numerosi paesi europei, auspicando senza mezzi termini l’uscita dalla UE come obiettivo prioritario da raggiungere.  
 
Se si analizzano i dibattiti relativi alla UE condotti sui media italiani, tuttavia, ciò che colpisce è la quasi totale assenza di riferimenti alle norme e ai meccanismi decisionali che regolano il funzionamento della UE, nonché alle rispettive responsabilità degli stati membri e delle istituzioni europee nel determinare l’esito delle più importanti scelte politiche.

All’interno di un dibattito in cui la complessità del quadro politico e istituzionale della UE è azzerata, anche la discussione sul ruolo di quest’ultima in aree specifiche, dall’economia alle migrazioni, si trasforma irrimediabilmente nello scontro fra due fazioni contrapposte – pro e anti UE – che assumono posizioni fra loro inconciliabili e che, per utilizzare un’espressione coniata dagli studiosi dei new media, operano all’interno delle rispettive echo chambers, ossia camere di risonanza mediatiche in cui le medesime “narrazioni” sono costantemente confermate e amplificate.
 
Non stupisce che in un contesto come questo una riflessione razionale sui punti deboli dell’attuale quadro istituzionale dell’Unione e su eventuali scenari di riforma passi necessariamente in secondo piano rispetto all’impulso a delegittimare lo schieramento avversario.
 
La polarizzazione del dibatto sulla UE non è prerogativa dell’Italia. Un caso sintomatico a questo riguardo è stato rappresentato dalla campagna elettorale per il referendum sulla permanenza del Regno Unito nella UE, tenutosi nel giugno 2016. Sul bus con il quale i sostenitori del leave hanno percorso in lungo e in largo il Paese, campeggiava l’affermazione secondo cui il Regno Unito verserebbe all’Unione europea 350 milioni di sterline a settimana, un dato definito in seguito “fuorviante e in grado di minare la fiducia nelle statistiche ufficiali” dalla UK Statistics Authority. Non che il fronte del remain si fosse astenuto dall’usare armi simili: dal collasso economico del Regno Unito, fino alla bancarotta del sistema sanitario britannico, una serie di tremende sciagure sono state prospettate nel caso l’uscita del Regno Unito dalla UE si fosse materializzata. Come sostenuto da Mark Thompson, CEO del New York Time, nel suo recente libro La fine del dibattito pubblico, proprio con riferimento al caso Brexit: “messo da parte ogni riferimento ai fatti e ogni argomentazione razionale, all’elettorato non è stata lasciata altra alternativa che votare con la “pancia” quell’esponente politico che ispirasse loro maggiore fiducia”.
 
La polarizzazione delle posizioni in campo, la semplificazione estrema di questioni complesse, l’uso deliberato di espedienti retorici volti a rinforzare il senso di frustrazione e rabbia in una parte dell’elettorato si inscrivono, secondo Thompson, all’interno di una mutazione del linguaggio pubblico delle democrazie liberali che è stato favorito da una serie di dinamiche interconnesse, che vanno dalla crisi di legittimità delle istituzioni democratiche all’avvento dei new media.
 
Nel caso del dibattito sul futuro dell’Unione europea, tuttavia, le conseguenze di questo cortocircuito politico-mediatico sono di particolare rilevanza: non solo la UE detiene già importanti competenze in numerose aree politiche, dall'economia alle migrazioni, ma si impone oggi con urgenza la questione cruciale di come riformare le istituzioni europee al fine di renderle idonee ad affrontare efficacemente una molteplicità di sfide future (ad esempio per quanto riguarda la politica di difesa comune).
 
Non esistono ovviamente risposte precostituite all’importante domanda sul futuro della UE. È tuttavia indubbio che un approccio manicheo a tale questione, che tende a considerare l’Unione europea di volta in volta come la causa di tutti i mali o, al contrario, a santificare la costruzione europea così come si è storicamente configurata (la quale è il frutto anche di una serie di compromessi al ribasso fra gli stati membri e della mancanza di lungimiranza delle classi politiche) non aiuterà a fornire una prospettiva di riforma percorribile e, soprattutto, condivisa dai cittadini europei. Il rischio è quello di compromettere il capitale politico e istituzionale costruito nel corso di 60 anni di integrazione europea, lasciando campo libero a coloro che propongono un anacronistico ritorno al nazionalismo quale antidoto ai pressanti e complessi dilemmi posti dalla globalizzazione. 

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