#S4P2018

DISUGUAGLIANZE GLOBALI

15-16 NOVEMBRE 2018 UNIVERSITÀ BOCCONI

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Cambiamenti climatici e migrazioni

31 ottobre 2017

di Elena Gogna

Migrare è un atto che caratterizza la vita di numerose specie animali. Le balene migrano per accoppiarsi, i salmoni per deporre le uova e gli uccelli per cercare habitat più confortevoli durante le stagioni rigide. L’uomo non è diverso dagli animali: per millenni si è spostato continuamente, occupando progressivamente tutto il pianeta terra. Le cause che spingono gli uomini a migrare sono certamente più complesse rispetto a quelle di un fenicottero; tuttavia, sotto numerosi aspetti, non si differenziano affatto. Immaginiamo che il territorio in cui viviamo non sia in grado di produrre le risorse necessarie al sostentamento delle nostre famiglie oppure che eventi catastrofici di origine naturale o umana mettano a repentaglio la nostra stessa possibilità di sopravvivenza. Cosa faremmo? Molto semplicemente, cercheremmo un luogo più adatto dove vivere (o sopravvivere).

La cosiddetta migrazione ambientale segue logiche simili, anche se le evidenze empiriche in grado di spiegare come e perché questo tipo di migrazione avviene non sono ancora state del tutto chiarite. Da diversi anni, ormai, numerosi ricercatori sono impegnati a comprendere non solo se esista una connessione tra cambiamento climatico e fenomeni migratori ma anche in che modalità questa connessione si manifesti.

Innanzitutto, appare evidente come la (crescente) variabilità del clima possa avere ripercussioni molto negative sui sistemi ambientali e umani influenzando la decisione di migrare: è questo il caso di eventi estremi come la siccità, le ondate di calore, le alluvioni, le tempeste e gli incendi. Al tempo stesso, è indubbio che anche eventi meno evidenti e più graduali, come la variazione delle stagioni delle piogge o la diminuzione della fertilità del suolo, possono nel lungo periodo provocare conseguenze estremamente rilevanti sui mezzi di sussistenza di determinate regioni e quindi sulle dinamiche migratorie.  

Gli esperti, tuttavia, discordano circa la possibilità di stabilire un chiaro nesso di causalità fra il cambiamento climatico in corso e i fenomeni migratori. Il cambiamento climatico è infatti un processo a lungo termine e, a causa della sua incerta incidenza sugli eventi climatici estremi, mancano allo stato attuale i dati e gli strumenti metodologici necessari per quantificare in modo chiaro il suo impatto sulle migrazioni. Per questa ragione, la maggior parte delle ricerche disponibili esamina gli impatti della variabilità climatica a breve termine per dimostrare in che modo il cambiamento climatico a lungo termine potrebbe influenzare i fenomeni migratori (ad esempio, considerando le alluvioni come simulazione, su scala ridotta, di quello che potrebbe scaturire da un innalzamento del livello del mare determinato dalla crescita delle temperature). L’assunzione implicita nella maggior parte degli studi in questo ambito è che se dovessimo attendere che gli impatti indotti dal cambiamento climatico fossero chiaramente evidenti, potrebbe essere troppo tardi per prevenirli. Nella tabella sottostante, sono riportati casi di paesi in Africa, Medio Oriente e America Latina che mostrano l’interconnessione che esiste fra variazione climatica estrema (siccità, alluvioni, desertificazione), fenomeni migratori e conflitti.

 

*Lasso di tempo approssimativo. **I dati provengono da eventi precedenti al 2000 ma la migrazione e/o il conflitto è accaduto dopo il 2000.
Tab.1: Fonte: Burrows & Kinney 2016 : Exploring the climate change, migration and conflict nexus.


Caratteristiche delle migrazioni ambientali

La migrazione può essere interna, quando si verifica all’interno del proprio paese di origine, o internazionale, quando comporta lo spostamento in un altro paese. In generale, la scelta della destinazione è influenzata da numerosi fattori: la distanza geografica, la disponibilità di lavoro, il network familiare e sociale su cui i migranti possono contare nel paese di arrivo, le leggi sull’immigrazione in vigore in quel paese. Come mostrato da alcuni studi, dopo un disastro naturale, la norma è che la maggior parte dei migranti provenienti dalle aree rurali si sposti nelle città più vicine. Generalmente, inoltre, i migranti ambientali tendono a rimanere in zone limitrofe a quella interessata dal disastro. Alcuni esempi: in India, dopo l’allagamento di Ghaghara, la maggior parte degli sfollati si è trasferita appena fuori la zona colpita. Dopo lo Tsunami nell’Oceano Indiano del 2004, dinamiche simili sono state osservate nei principali paesi interessati, Sri Lanka, Tailandia e Indonesia. Questi eventi dimostrano che la risposta di adattamento ai disastri naturali avviene solitamente entro un raggio di spostamento limitato e tende a concentrarsi verso le zone urbane più vicine. Inoltre, le evidenze a disposizione mostrano che la maggior parte delle migrazioni dovute a eventi climatici estremi è di tipo temporaneo. Tuttavia, nei casi di degradazione ambientale irreversibile, come per esempio l’innalzamento del livello del mare che sta già interessando alcune isole nel Pacifico, forme di migrazione permanente appaiono essere l’unica strategia plausibile.
 

Un fenomeno difficile da quantificare

Per le ragioni sopra descritte, non ci sono numeri certi sulla migrazione indotta dal cambiamento climatico. I dati a disposizione stimano che, nel 2008, 20 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case a seguito di eventi metereologici estremi, a fronte di 4,6 milioni di sfollati interni a causa di conflitti e violenze nello stesso anno. Per quanto riguarda il futuro, la stima più spesso citata è quella di 200 milioni di migranti ambientali entro il 2050, seppure questa stima sia stata in seguito messa in dubbio e considerata eccessiva da più parti. Questi numeri vanno tuttavia letti nel contesto di un aumento rilevante nel numero degli eventi climatici estremi. Secondo l’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni), la frequenza delle tempeste, siccità e inondazioni è aumentato di tre volte negli ultimi 30 anni, con effetti devastanti sulle comunità più vulnerabili, in particolare nelle regioni in via di sviluppo. Nello stesso arco di tempo, il numero di persone colpite da siccità e tempeste è raddoppiato (1,6 miliardi contro 718 milioni circa). In prospettiva, i cambiamenti climatici graduali sono in grado di determinare un impatto ancora maggiore sulle dinamiche migratorie rispetto a quelli estremi.

Per evitare una nuova crisi migratoria globale, è quindi necessaria un’assunzione di responsabilità e un’azione incisiva da parte dei governi e delle istituzioni internazionali competenti. Le sfide principali da affrontare sono due: attuare strategie finalizzate a mitigare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sulle are geografiche più esposte e gestire in modo ordinato e sicuro i movimenti migratori che inevitabilmente si verificheranno.  

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