#S4P2019

Il fascino pericoloso dell'ignoranza

15-16 NOVEMBRE 2019 UNIVERSITÀ BOCCONI

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Ciò che non so...

15 ottobre 2019

Mauro Ceruti, Professore di Logica e Filosofia della Scienza, Università IULM, Milano

(Estratto dal libro di Mauro Ceruti, Il tempo della complessità, Raffaello Cortina, 2018)

Certamente lo conoscete, Cherofonte (...). Dunque, un giorno che era andato a Delfi, ebbe il coraggio di chiedere questo al dio (...), chiese, insomma, se ci fosse qualcuno più sapiente di me e la Pizia rispose che non c'era nessuno. (...) Dunque, udito questo, mi chiesi: "Che cosa ha voluto dire il dio? E che cosa nasconde sotto i suoi enigmi? Io, in coscienza, so bene di non essere sapiente, né tanto né poco. E allora, che cosa ha voluto dire affermando che lo sono più di tutti? Certo lui non dice menzogne, non può dirle". (...) Andandomene, però, pensai: "Certo, sono più sapiente io di quest'uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio niente, né di buono né di bello; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, come non so, neanche credo di sapere, perciò un tantino di più ne so di costui, non fosse altro che per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo". (...) In realtà, Ateniesi, solo il dio è sapiente e in quel responso egli ha voluto appunto dire che la sapienza umana è ben poca cosa, anzi, nulla addirittura e, se il dio ha parlato di Socrate, l'ho ha fatto solo per servirsi del mio nome, [23b] come di un esempio, quasi per dire: "O uomini, il più sapiente di voi è chi, come Socrate, sa che la sua sapienza non conta proprio nulla"1. (Platone, Apologia di Socrate)

 
"L'ignoranza è un aspetto molto importante delle cose", mi disse Heinz von Foerster. Doveva tenere una lezione sul tema "Che cos'è la conoscenza?". E aggiunse: "piuttosto che la conoscenza e la nostra comprensione di questo fenomeno, di recente quello che mi affascina di più è un altro problema, strettamente collegato a quello della conoscenza, il problema dell'ignoranza"2. Ma subito incalzò, con quel suo fare socratico, dicendo in modo spiazzante che, certo, la Grecia sempre ci porta al "so di non sapere" di Socrate, come Platone ci ha tramandato; ma che lui non avrebbe voluto parlare di questo, proprio perché, per parlare del problema della conoscenza, riteneva di dover parlare del problema dell'ignoranza... E nel caso del "so di non sapere", osservò, si trattava già di conoscenza ("so..."), e proprio dell'inizio della conoscenza, perché è solo su questa base che nasce il desiderio di conoscere. Quindi concluse, riformulando il tema: "ma come si fa a sapere di non sapere? Non è affatto facile; è molto più facile non sapere di non sapere! Come si accede al sapere di non sapere a partire dal non sapere di non sapere? Di solito noi siamo così incantati dai poteri meravigliosi della nostra mente che ci dimentichiamo che la nostra mente è solo la punta di un iceberg sotto la quale c'è una gigantesca montagna del tutto sconosciuta, non ne abbiamo la più pallida idea. Quindi il problema della conoscenza, il sapere di non sapere, è il problema di come rapportarci a questa gigantesca ignoranza in modo tale che a un certo punto si possa arrivare a esclamare: <<Non sapevo che non sapevo>>3 . Questo secondo livello di ignoranza non è facile da vedere. Ma proprio qui sta il cuore del problema della formazione, dell'apprendere ad apprendere, della conoscenza di secondo grado.
 
Dunque, il "so di non sapere" è soprattutto l'affermazione di un sapere. Il "non sapere" ne deriva, ed è definito da ciò che "so" di sapere. Si tratta di ciò che sta più o meno provvisoriamente nell'oltre oscuro di una strada già bene tracciata e da percorrere ancora, ma che non ci porterà al di fuori di essa. Una delle metafore più utilizzate per parlare della conoscenza e dell'ignoranza è la dicotomia luce-oscurità: la luce della conoscenza; l'oscurità dell'ignoranza. E dove è collocata l'oscurità? Oltre i limiti raggiunti dalla luce della conoscenza. La torcia illumina solo una parte di un immenso spazio buio e definisce i limiti che separano la luce dall'oscurità.
 
Ma esiste appunto un'altra ignoranza, alla quale ci ha reso sensibili Heinz von Foerster: non quella che sta fuori dal raggio di luce che la nostra mente sa irradiare nel mondo davanti a noi, ma quella che sta proprio nel cuore della nostra mente, nel cuore della torcia che consente di illuminare il nostro mondo. Non è quella oscurità che sta, più o meno provvisoriamente, al di fuori del raggio di luce, ma è quella oscurità che è ciò attraverso cui si produce la luce. L'ignoranza, in questo caso, non è quindi quella definita dal "So di non sapere", ma quella a cui allude la constatazione che talvolta facciamo quando appunto esclamiamo: "Non sapevo di non sapere". Questa esperienza, certo, non consente di eliminare l'ignoranza dell'ignoranza. Tuttavia può generare uno sguardo autoriflessivo. 
 
La formazione è un processo duale, in cui si intrecciano due tipi di apprendimento molto differenti: uno è di tipo quantitativo, l’altro di tipo qualitativo. Nel primo caso, il motore dello sviluppo è il “sapere di non sapere”. In questo modo collochiamo i nuovi apprendimenti entro uno spazio cognitivo che resta saldo e invariante. Il mondo rimane lo stesso ed è solo la conoscenza delle sue regioni che si estende, si amplia, si approfondisce. Siamo "a casa nostra", e vediamo sempre più lontano. Il secondo tipo di apprendimento, più raro, si basa proprio sull’esperienza, spesso subitanea o addirittura drammatica, di “non sapere di non sapere”. Questa esperienza mette in discussione il nostro stesso spazio cognitivo, nel quale pensavamo di poter collocare in modo non problematico i nuovi apprendimenti. Tale esperienza, infatti, impone il problema di “riapprendere ad apprendere”, esige un cambiamento delle nostre domande. Improvvisamente, la nostra esplorazione ci porta in nuovi mondi. 

 
1 Platone, Apologia di Socrate, in Platone, Apologia di Socrate. Critone, traduzione di N. Marziano, Garzanti, Milano 2001, p. 11.
2 H. Von Foerster, Non sapere di non sapere, in M. Ceruti e L. Preta, Che cos'è la conoscenza, Laterza, Roma-Bari 1990, p. 5.
3 H. Von Foerster, Inventare per apprendere, apprendere per inventare, in P. Perticari e M. Sclavi (a cura di), Il senso dell'imparare, Anabasi, Miano 1994, p. 5.

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